Si fa presto a dire “plateau”. Quella sottile, ma decisiva via di mezzo tra zeppa e tacco, che negli ultimi anni ha regalato un punto di incontro tra il gruppo delle fan degli “zatteroni” e le incorruttibili amanti dello stiletto. Un ibrido che consente di issarsi su sandali e décolletées vertiginosi senza dover camminare sulle punte. Il trucco? Sta tutto in quei (preziosi) centimetri, solitamente da 2 a 5, che alzano la suola e diminuiscono l’altezza del tacco effettivo.

Il plateau è tornato agli onori della cronaca solo di recente. Eppure vanta una storia di tutto rispetto. Già gli attori tragici dell’antica Grecia, infatti, indossavano sandali con una piccolo rialzo di sughero durante gli spettacoli, per apparire più imponenti sulla scena. Nel 1400 tra le nobili veneziane erano molto in voga le “chopine”: delle scarpette a punta con la suola alta diversi centimetri, ricoperte di tessuti preziosi come seta o velluto. Si dice che anche Caterina de’ Medici abbia indossato un paio di scarpe simili per il suo matrimonio con Enrico II di Francia, nel1559. Negli anni ’40, il plateau ha contribuito a conferire un aspetto più austero e maggior praticità alle calzature delle donne, che in periodo di guerra avevano bisogno di muoversi in maniera più libera. E anche negli anni ’70 ha rappresentato una svolta di stile, sostituendo i kitten-heel così bon-ton dei ’60 e aprendo la strada alla rivoluzione dello stile hippie.

Oggi sono un emblema della femminilità. Il plateau infatti è spesso un banco di prova per stilisti e shoe-designer, che lo valorizzano con ricami, intarsi, decori e tacchi decisamente importanti. Rendendo le scarpe delle piccole opere di scultura contemporanea.

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